Così un milione di italiani rischiano di perdere tutto
link all'articolo su www.ilsussidiario.net
giovedì 16 luglio 2009
I piccoli imprenditori del tessile sono in agitazione perché la misura è colma. AlessandroCocci, titolare del Lanificio Cocci Stefano Srl di Prato, ha scritto al ilsussidiario.net per
lamentare lo scarso o nullo interessamento della politica italiana per il nostro settore tessile.
Per non parlare delle rappresentanze imprenditoriali: «posso capire chi fa il ministro - spiega
Cocci - ma non chi rappresenta gli imprenditori sul territorio: possibile che non riesca a
comunicare quello che succede?»
Messo in difficoltà dalla concorrenza cinese, cresciuta pericolosamente a causa di
esportazioni a basso costo e dumping valutario nel biennio 2005 e 2006, il nostro tessile ha
subito la mazzata della crisi. Ma non è tutto: c’è anche il nemico “interno”. Perché il made in
Italy, continua Cocci, è il paravento per operazioni di marchio di cui si avvantaggiano le grandi
firme, ma il prodotto - il vero prodotto fatto in casa nostra - non è minimamente tutelato.
Ilsussidiario.net ha raggiunto Cocci, per farsi raccontare a viva voce la crisi di uno dei nostri
settori di punta.
Lei cosa fa, Cocci?
Lanificio Cocci Stefano fa tessuti in cotone dal 1936. Abbiamo 25 dipendenti, con un fatturato
di 8 milioni di euro. Noi facciamo semilavorati: il nostro cliente è il confezionista, o la “firma”,
come si dice. Siamo sempre stati al passo, seguendo i trend di mercato. Ma la crisi che sta
investendo l’economia ha aggravato la già difficile situazione nella quale si trova l’intero settore
dal 2005. Abbiamo subito prima di tutti la concorrenza dei paesi emergenti, Cina in testa: i
nostri clienti, sia di fascia bassa sia di fascia alta, già da tempo si sono rivolti alle importazioni,
facendo diminuire gli ordinativi. La crisi ora sta facendo il resto.
Quanto la crisi stia mettendo tutti all’angolo, lo sappiamo, anche se alcuni lo negano. A
Prato com’è la situazione?
Chi dice che la situazione non è critica parla di un altro mondo che esiste solo nella sua testa.
Le posso dire che noi, come produttori di tessuti in cotone, ci serviamo di chi fa le filature.
Negli anni ‘90 c’erano in Italia 140 impianti che producevano filati di cotone, ora ne sono
rimasti quattro o cinque. Il risultato? Si deve importare.
Vada avanti.
A fare i finissaggi di tessuto sono le aziende più grandi, che raccolgono sempre un numero
importante di aziende: il finissaggio di cui siamo clienti ne raccoglie 60, 70. questo per dare
un’idea delle dimensioni. Per quarant’anni i finissaggi hanno lavorato 24 ore al giorno, sabato
compreso, ma ora si sono ridotti a lavorare 3 giorni a settimana.
Nessuno si è salvato, insomma.
I finissaggi fanno parte della grande catena produttiva del distretto, al pari di noi: ma se gli
anelli si spaccano, la catena crolla. È quello che puntualmente è successo. E quando queste
aziende, che hanno fatto grandi investimenti in macchinari nello spazio di anni e possiedono
una grande tradizione di know how, chiudono, è finito tutto.
Contro la Cina non c’è nulla da fare?
Lo stato in Cina ha messo su un apparato produttivo enorme. Non si può pensare che facciano
solo prodotti di bassa qualità, tutt’altro. Hanno una gamma diversificata, con aziende meno
brave e aziende più brave. Il loro punto debole sono i piccoli lotti, perché sono aziende
gigantesche, fatte per far fronte a grandi lotti di produzione. Noi invece essendo piccoli
riusciamo a soddisfare tutte le esigenze.
Come siete usciti dalla crisi del tessile di cinque anni fa?
Eravamo capitalizzati, nel 2004 abbiamo fatto il trasloco dell’azienda e nel 2005 abbiamo
addirittura fatto grandi investimenti - rispetto al nostro fatturato - in macchinari e infrastrutture,
programmi e software. Ci siamo indebitati e ora i rating delle banche ci stanno penalizzando.
Lei ha personale in Cassa integrazione?
Sì, quattro persone su 25. E le posso dire che è un fatto generalizzato. Ogni mese vado
all’Unione Industriale Pratese a firmare l’accordo con i sindacati. Danno un appuntamento ogni
dieci minuti per azienda e quando arrivo sembra di essere in un ambulatorio affollato. Molto,
molto affollato. Siccome a Prato siamo in generale, solo per il settore, nell’ordine di 25 o
30mila addetti, non temo di fare un paragone con la Fiat. Se poi aggiungiamo anche l’indotto,
otteniamo un distretto di proporzioni nettamente superiori. Ma della Fiat, almeno in passato,
qualcuno si è occupato, di noi no.
È un po’che si parla di alcuni deboli segnali di ripresa che legittimano un certo cauto
ottimismo. Lei ne vede?
Assolutamente no. La stampa locale è un bollettino di guerra, tutte le settimane chiudono
aziende importanti. Questo è il termometro vero.
Chi tutela i vostri interessi a livello territoriale?
Avremmo l’Unione Industriale Pratese, che fa capo a Confindustria. Gli aiuti della Ue mi
sembrerebbero doverosi, invece non ci sono stati. Ma i nostri politici o dirigenti di associazioni
forse non sono efficienti come quelli spagnoli e portoghesi.
Voi allora cosa chiedete?
L’Ue dà fondi per la reintroduzione dei lavoratori in esubero in altri settori, ma a Prato questi
settori non ci sono. Quello che ci vuole davvero è un sostegno per il mantenimento della filiera
produttiva, perché gli operai restano impiegati solo se le aziende lavorano e producono. Il fatto
è che qui non si possono fermare le macchine per sei mesi come alla Fiat, in attesa di un
aumento degli ordini. Qui, quando le macchine si fermano, arrivano indiani e cinesi e
comprano tutto a prezzi stracciati. E il know how di una tradizione centenaria va disperso.
Ma allora la causa di tutto qual è?
Il mercato fermo - e questo lo dobbiamo alla crisi - e la concorrenza sleale da parte dell’Asia. Il
tessile industriale nella Ue è solo in Italia ed è qui che siamo bistrattati. Non mi sorprende che
la Ue non tuteli il settore, mi aspetterei che lo facesse il nostro paese. Perché aiuta le banche
e l’auto ma non il tessile, che ha quasi un milione di addetti?
Il governo ha varato misure per ricapitalizzare le banche e far arrivare soldi alle imprese,
ma le banche dicono di non poter finanziare tutti.
Le banche hanno chiuso i rubinetti e al tessile non danno un euro. Lo sa che a un dipendente
che lavora nel settore tessile le banche non danno alcun tipo di finanziamento? Figuriamoci
all’impresa. Al tessile, che è ritenuto ad altissimo rischio, le banche non danno più un euro.
Ancor meno finanziano alcun tipo di progetto. Danno credito solo a chi ha soldi e garanzie.
Non voglio demonizzare le banche, che sono imprese private e devono fare profitti. Ma Basilea
2 dà alle banche criteri folli e noi ne paghiamo le conseguenze. È anche vero che non è
compito nostro risolvere questo problema.
E tutti i discorsi sul Made in Italy?
Il made in Italy? Per quanto ci riguarda, non è minimamente tutelato né preso in
considerazione. A Prato abbiamo qualche decina di migliaia di cinesi illegali che producono
made in Italy per tutta l’Europa e lo esportano in nero.
Parla di contraffazione?
Non necessariamente. C’è il contraffatto, che è la copia di prodotti firmati, e poi c’è una
produzione che non ha marchio ma che è fatta in Italia, anche se da persone irregolari, e che
viene esportata in Europa e nel mondo. A prato producono una camicia da donna a 1,60 euro
di costo di produzione. A noi costerebbe dai 14 ai 15 euro. Astutamente hanno approfittato di
questa situazione, e vendono in Polonia quella camicetta a 5 euro. Ecco come siamo riusciti a
tutelare il Made in Italy.
L’Italia stessa è ai primi posti per la contraffazione, lo sapeva?
Di chi importa merce dall’estremo oriente e poi mette il cartellino made in Italy non so e non
parlo. Parlo però dei cinesi di Prato, che non emettono una fattura nemmeno per sbaglio, non
pagano contributi e non hanno timore di nessuno controllo. E sa perché? Perché ogni anno
chiudono la ditta e ne riaprono una nuova, così il fisco non ha il tempo di controllare. Se arriva,
non trova più nulla.
Cosa ne pensa del provvedimento anticrisi del governo, e in particolare della
defiscalizzazione degli utili reinvestiti?
Bisognerebbe chiedere quante aziende del tessile fanno utili oggi. Dove sono? Mi sembra un
provvedimento fuori tempo massimo. Basta prendere i bilanci delle aziende per vederlo. E
anche se gli utili ci sono, chi ha la prospettiva di fare investimenti? Questo dimostra quanto la
politica è lontana dalla realtà; posso capire chi fa il ministro, ma non chi rappresenta gli
imprenditori sul territorio: possibile che non riesca a comunicare quello che succede?
Cosa manca davvero?
Una vera tutela del prodotto su scala nazionale e un controllo delle importazioni di qualsiasi
prodotto tessile, soprattutto dalla Cina. La dogana cinese è fiscale, controlla tutto, blocca la
merce per mesi e se non risponde a determinati requisiti la rispedisce al mittente. Perché
nessuno invece dice quanti container vengono controllati su 10mila che arrivano al porto di
Napoli? Intanto cominciamo a controllare ciò che compriamo. Per non parlare della loro
moneta: con uno yuan rivalutato del 40% le cose sarebbero molto diverse. I clienti della Cina
sopportano tanti disagi su qualità e tempi di consegna proprio in virtù di una convenienza
gonfiata a dismisura.
Lei come aiuterebbe le imprese di settore?
Con aiuti diretti, visto che attraverso le banche non si ottiene nulla. Le banche si preoccupano
della cosiddetta “selezione del merito di credito”. Guardi che selezionare le imprese da
finanziare è più semplice di quel che sembra. Si istituiscano a livello di Camere di Commercio
delle commissioni che vanno nelle aziende, vedono quel che c’è dentro - perché un
imprenditore capisce subito da quel che vede - e prendono in mano i bilanci degli ultimi tre
anni. Allora si vedono subito quali sono le imprese in grado di affrontare il mercato. Come ha
fatto la Cina: ha dato il 18% di premio alle aziende che esportano, proprio come abbiamo fatto
noi negli anni ’60.
















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