"Finto" Made in Italy: accuse dall'estero
I media internazionali accusano il settore moda
italiano: sono sempre di più i prodotti che vengono realizzati
all’estero e spacciati per Made in Italy.
È quanto emerge da una
ricerca condotta dall’Osservatorio Internazionale della Moda per conto
del Comitato Lombardia per la Moda che, dall’1 gennaio 2007 al 15 marzo
2009, ha monitorato circa 1.000 articoli sulle principali testate in 12
nazioni.
Australia, Austria, Cina, Francia, Germania, Gran Bretagna, India,
Emirati Arabi, Russia, Spagna, Svizzera, Usa sono i Paesi analizzati
dalla ricerca.
Secondo un rapporto della World Luxury Association – si
legge sull’Asia Times del 14 aprile 2007 – entro la fine del 2009 ben
il 60% delle aziende del lusso sposterà all’estero la produzione dei
propri articoli”.
Fra i settori più colpiti, come riporta Le Figaro dello scorso 24 febbraio, ci sarebbero il tessile e l’abbigliamento. Per il quotidiano francese Les Echos (6 maggio 2008), alcuni brand delocalizzano una parte consistente della produzione per poi concludere la lavorazione in Italia, al fine di apporre l’etichetta Made in Italy.
E non è una scoperta, quella del Newsweek, quando afferma che Prato ha cominciato a delocalizzare il lavoro in Cina e in Bangladesh (2 luglio 2007). Oggi la regione è piena di manodopera cinese, per la maggior parte illegale: delle 4.275 imprese tessili locali, 2.500 sono di cinesi. E a queste sembra si affidino alcune delle griffe più note. A simili strategie non corrispondono però politiche di prezzi più eque, si legge sul libro “Deluxe: how luxury lost its lustre” di Dana Thomas. Secondo alcuni starebbe emergendo una nuova tendenza: molti porrebbero sul retro dei capi la dicitura “Designed in Italy/England/France” mentre quella “Made in China” sarebbe applicata in posti ben nascosti.
“La delocalizzazione è un fenomeno che va letto non come un’opportunità che i nostri stilisti hanno colto, bensì come una necessità che gli stessi hanno dovuto fronteggiare, per vincere la sfida competitiva sui mercati esteri”, afferma Giovanni Bozzetti, presidente del Comitato Lombardia per la Moda. E prosegue: “È necessario introdurre normative comunitarie che ostacolino la produzione all’estero e l’importazione di merci da quei Paesi che attualmente godono di misure protezionistiche che non tutelano la libera concorrenza. L’appello è rivolto anche al Governo, che dovrebbe provvedere a sostenere, attraverso aiuti mirati, la promozione del ‘made in’ nel mondo”.
Nazionalisti a oltranza, i francesi (le Monde) sottolineano l’impegno da parte di alcune maison (Chanel, Vuitton, Hermès) volto a rafforzare la produzione interna delle proprie creazioni. Forse non hanno considerato che, anche in Italia, c’è chi difende “senza se e senza ma” il valore del vero made in Italy, come punto di forza imprescindibile.
Fonte: FashionMagazine.it
















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